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Storia.18 aprile 1948: “1948 Votiamo Dc”...cosa insegna quel voto.
Dopo 70 anni vi raccontiamo il grande cambiamento storico/socio/culturale dell'Italia. RBI web con l'aiuto della prefazione di Anna Tonelli (ordinario di Storia Contemporanea dell'università di Urbino) “1948 Votiamo Dc”, vi faremo rivivere i momenti salienti di quell'epoca. Le prime elezioni repubblicane, lo scontro fra Dc e Pci e il desiderio di una nuova Italia. Gli anniversari sono determinanti per tenere vivo un ricordo che diventa strumento di conoscenza, alla condizione che non si incorra in una «bulimia commemorativa» che ha come inevitabile risultato una stanca retorica incapace di cogliere nuovi e possibili spunti di riflessione. Le elezioni del 1948, come dimostra questo studio, ripercorrono un nodo politico e storico fondamentale in grado di andare oltre la rievocazione per fornire possibili sollecitazioni, in riferimento anche e soprattutto al presente. L’«anno della svolta», è stato appropriatamente definito da un libro recente che si è soffermato sui sentimenti e le passioni degli italiani in questo «passaggio tumultuoso». Nell'odierna società dominata dai media e con la politica che comunica attraverso Facebook e Twitter, o comunque nella piazza della Rete, le prime elezioni politiche dell’Italia repubblica sembrano preistoria. Un mondo lontano e per certi versi incomprensibile, a volte destinato a suscitare sorrisi e bonarie alzate di spalle sul tempo che fu. Eppure quella contesa elettorale ha determinato non solo il ritorno all’opzione democratica da parte dei cittadini, ma si è rivelata l’incipit di una moderna ed efficace comunicazione politica. Basata su linguaggi, codici, immagini, parole che nulla hanno da invidiare ai molto più banali stili della macchina politica ed elettorale contemporanea. L’andare al voto per scegliere quale colore politico dare al proprio paese significava liquidare la tragica esperienza del ventennio fascista che aveva impedito la libertà di esprimersi e di contare. È in questa direzione che va ricercata la volontà dei partiti di provare a costruire le basi di una moderna cultura politica, che diventerà poi ricerca di egemonia, in grado di coniugare organizzazione e consenso. Le organizzazioni politiche che fino ad allora avevano operato nella clandestinità, si riaffacciano sulla scena pubblica sia per cercare un ruolo di governo nella nuova Italia repubblicana, sia per concorrere a superare le fratture determinate dal tramonto di un sistema politico totalitario. Si tratta della prima «campagna elettorale di massa» e, come tale, l’impegno e le risorse dovevano essere amplificati all'ennesima potenza. In questa massiccia mobilitazione, sono coinvolti soprattutto i partiti di massa, a partire da Democrazia cristiana e Partito comunista, che nel dualismo politico, si muovono in un’azione metodica di «penetrazione » nel tessuto della nuova Italia: «contrapposti e nemici sul piano ideologico quanto complementari e reciprocamente condizionanti nel garantire un equilibrio al sistema politico». Due «modelli contro», ma accumunati dalla volontà di dare un nuovo volto alla democrazia. Una contrapposizione che diventa chiara nella campagna elettorale che si basa precipuamente sull'attacco al nemico: nei manifesti, nei comizi, sui giornali, nei dibattiti o negli interventi parlamentari. In questa rincorsa, la Democrazia cristiana è il partito più abile nell'utilizzo di tutti i mezzi e le organizzazioni, comprese le parrocchie, per raggiungere lo scopo della demonizzazione dell’avversario e, di conseguenza, conquistare il massimo consenso possibile. La mobilitazione investe capillarmente tutto il territorio, entra nelle sedi e nei circoli cattolici, organizza momenti di incontro e aggregazione, pubblica guide, giornali e libretti per orientare il proprio elettore. Convincere l’elettore significa prospettare i mali della scelta del nemico social-comunista e, contemporaneamente, affrontare temi e argomenti che non interessano squisitamente la politica, ma una gamma molto vasta e varia di questioni che finiscono per riguardare una visione del mondo che coinvolge la vita quotidiana. Il voto democristiano è non solo l’ancora di salvezza contro il bolscevismo, ma pure un baluardo di difesa della famiglia, della ricostruzione, della pace. A tale scopo, diventa sempre più urgente l’esigenza di creare un apparato che dal centro si irradia alle periferie, per stabilire un rapporto diretto e immediato con i potenziali elettori e affrontare temi politici che riguardino da vicino il vissuto, le storie individuali e collettive. L’autore pone il problema dell’eredità del ’48, se e che cosa abbia lasciato nell'impegno politico dei cattolici (e non solo). La sua ricostruzione è già una risposta che contiene i valori, gli ideali e anche le speranze di un’esperienza politica che ha lasciato profondi segni nella storia del-l’Italia e degli Italiani. Fonte Avvenire.it